giovedì 8 dicembre 2011



The Italian Stroke Forum, la più importante associazione culturale del nostro Paese sulle problematiche connesse con l’ictus cerebrale è lieta di annunciare che si terrà a Firenze dal 15 al 17 febbraio 2012 il prossimo Congresso Nazionale «STROKE 2012»

In Italia si stima per il 2011 un’incidenza di circa 190.000 nuovi ictus, di cui circa il 20% purtroppo muore nel primo mese successivo all’evento e circa il 30% sopravvive con esiti gravemente invalidanti che possono persistere per tutta la vita, in molti casi con un costo veramente importante tanto per il singolo individuo ed i suoi familiari, quanto per l’intera società.

La diffusione in tal senso, della cultura scientifica e di un' adeguata formazione, sono il veicolo migliore affinché si possano ridurre gli effetti della malattia.

In tal senso Stroke 2012 rappresenta l’appuntamento più importante per tutti coloro che, direttamente o indirettamente coinvolti nella gestione della malattia, sono chiamati a dare il proprio contributo per ridurre la mortalità e l’invalidità correlate all’ictus anche attraverso la prevenzione e la riabilitazione.

Un approccio multidisciplinare e multiprofessionale che vedrà coinvolti circa 600 partecipanti tra medici, infermieri, fisioterapisti, psicologi e logopedisti che si riuniranno per dialogare e confrontarsi attorno ad un programma scientifico di elevatissimo livello.

mercoledì 7 dicembre 2011

The Evidence for Efficacy of Osteoporosis Treatment in Men with Primary Osteoporosis: A Systematic Review and Meta-Analysis of Antiresorptive and Anabolic Treatment in Men

Revisione Scientifica: Dott. Dante Dallari

Le fratture da osteoporosi, soprattutto quelle a carico dei corpi vertebrali e del femore prossimale, sono una delle principali cause di morbidità nella popolazione di molte regioni del mondo.
Il rischio di frattura da fragilità ossea legata all’osteoporosi in un paziente maschio di età maggiore di 50 anni, nell’arco del resto della vita, è di circa il 13%. Benché tale rischio sia inferiore a quello presente nella popolazione femminile, stimato sul 40%, l’aumentare dell’aspettativa di vita sta causando la crescita della spesa sanitaria per il trattamento di questa patologia.
In generale l’osteoporosi nel paziente maschio riconosce delle basi eziologiche leggermente diverse rispetto alla popolazione femminile. È infatti differente la prevalenza e l’entità della carenza di ormoni sessuali oltre all’influsso di fattori ambientali come fumo, alcool e rischio di caduta. A questo si aggiungono anche differenze patofisiologiche e nella struttura ossea.
A seguito di queste differenze determinare l’efficacia dei trattamenti farmacologici, sia anti-riassorbitivi che anabolici, nell’aumento della Bone Mineral Density (BMD) e nella prevenzione delle fratture da fragilità ossea nella popolazione maschile facendo riferimento ai dati disponibile sulla popolazione femminile potrebbe rappresentare una fonte di errore.
In una meta analisi condotta da Schwarz e colleghi[1] è stata valutata la letteratura al momento disponibile sull’argomento. L’obiettivo primario dello studio era di vedere l’impatto dei trattamenti farmacologici sulla riduzione del rischio di fratture, valutando studi controllati che definissero una popolazione maschile ad un follow-up di almeno 12 mesi nei caso di farmaci anti-riassorbitivi (alendronato, risedronato, ibandronato, zoledronato, miacalcic nasale) e di 6 mesi per i farmaci anabolici (teriparatide, preotact).
Pur non riscontrando gli autori un numero sufficiente di studi specifici tale da evidenziare l’effetto del trattamento nella prevenzione delle fratture, è stato possibile analizzare l’impatto sulla BMD. Rispetto al placebo i trattamenti, sia anti-riassorbitivi che anabolici, hanno presentato un effetto sull’aumento della BMD simile a quello nella popolazione femminile, confermando quindi l’indicazione nel trattamento dei maschi affetti da osteoporosi.

Bibliografia[1] Schwarz et al. The Evidence for Efficacy of Osteoporosis Treatment in Men with Primary Osteoporosis: A Systematic Review andMeta-Analysis of Antiresorptive and Anabolic Treatment in Men. Journal of Osteoporosis Vol 2011, Article ID 259818, 9 pages

Frutta, verdura e cereali integrali riducono il rischio di eventi vascolari anche mortali


Ricercatori della Columbia University (NYC, USA) hanno analizzato i numerosi dati del Northern Manhattan Study (NOMAS) per valutare il ruolo di un’alimentazione basata sulla Dieta Mediterranea nella prevenzione degli eventi vascolari e in particolare nell’ictus. Il NOMAS è uno studio epidemiologico condotto dal 1990 al 2000 su una popolazione di 2.568 persone residenti nell’area nord di Manhattan (età media 69 ± 10 anni, 64% donne, 55% ispanici, 21% bianchi, 24% neri). Gli Autori hanno valutato il comportamento alimentare dei soggetti studiati mediante il questionario di food-frequency MeDi score, nel quale un punteggio più elevato su una scala da 0 a 9 corrisponde a una maggiore aderenza alla Dieta Mediterranea (DM). La relazione tra alimentazione e rischio cardio- cerebrovascolare è stata valutata utilizzando il modello di rischio proporzionale di Cox. Su 518 eventi vascolari verificatisi complessivamente in 9 anni di osservazione nella popolazione studiata (314 dei quali mortali), il MeDi score è risultato inversamente proporzionale al rischio composito per ictus ischemico, infarto miocardico o morte da causa vascolare (p-trend = 0,04) con una particolare significatività statistica proprio per gli eventi fatali di origine vascolare (p-trend = 0,02). Questi risultati hanno portato gli Autori a concludere che un’alimentazione ricca di frutta, verdure, cereali integrali, pesce e olio d’oliva costituisce un elemento essenziale per la salute cardiovascolare ed è associata a una significativa diminuzione del rischio di eventi quali IMA o ictus ischemico. Risultati complementari derivati da un altro studio, condotto su 3.000 pazienti ospedalizzati per IMA, dimostrano che chi consuma poca frutta/verdura e tanta carne rossa/alcol ha un rischio di IMA aumentato rispetto a chi segue un modello alimentare mediterraneo.
Tutte le sostanze sono veleni: non ce n'e' nessuna che ne sia esente.
La giusta dose distingue un veleno da una cura.


(Paracelo)
IL TRATTAMENTO DEL MAL DI SCHIENA DEVE AVERE L'OBIETTIVO DI MIGLIORARE I RAPPORTI SOCIALI?
Holt-Lunstad, PloS Medicine, 2010

Una recente meta-analisi conferma in modo clamoroso che le relazioni sociali hanno un forte impatto sulla salute dell'uomo. Gli individui che hanno relazioni sociali ricche vivono più a lungo e sono più sani.
Da un certo punto di vista, non è sorprendente. Gli uomini sono animali sociali. Le relazioni sociali sono vitali per procurare cibo e risorse sufficienti per sopravvivere. Aiutano ad affrontare e superare le difficoltà della vita. Favoriscono l'adattamento e risposte neuroendocrine sane. Mediano il dolore.
Tuttavia, la medicina moderna ignora ampiamente la questione. Questo argomento è certamente attinente alla lombalgia e al suo trattamento. Sfortunatamente, il mal di schiena spesso porta a una limitazione dell'attività e a una riduzione delle relazioni sociali.
La disabilità al lavoro potrebbe rappresentare il colpo di grazia.
Holt-Lunstad ha recentemente effettuato una meta-analisi raccogliendo dati da 148 studi per verificare l'influenza delle relazioni sociali sulla longevità. I dati tratti da 308.849 individui, seguiti per una media di 7,5 anni, indicano che gli individui con relazioni sociali adeguate hanno una probabilità di sopravvivere superiore del 50% a quella degli individui con relazioni sociali povere o scarse.
Holt-Lunstad consiglia agli operatori sanitari di considerare seriamente questi dati, aggiungendo ai fattori di rischio quali fumo, dieta ed esercizi anche le relazioni sociali.
Fortunatamente, le raccomandazioni evidence-based per il trattamento della lombalgia incoraggiano un rapido ritorno all'attività e al lavoro. Queste raccomandazioni dovrebbero includere anche la ripresa delle normali relazioni sociali. Holt-Lunstad sostiene che i governi dovrebbero imparare a guardare al di là delle cause "mediche" delle patologie, nello sforzo di promuovere la salute e il benessere.
GLI INCIDENTI STRADALI INNESCANO IL DOLORE CRONICO
Jones, Arthritis Care & Research, 2011

Varie evidenze indicano che i traumi fisici possono innescare dolori diffusi cronici e "fibromialgia" con modalità difficili da spiegare.
Jones ha recentemente verificato la relazione di un trauma con l'insorgenza di dolore diffuso cronico in uno studio basato sulla popolazione, osservando 2069 individui che non presentavano questo disturbo all'inizio dello studio e verificando la sua comparsa in un periodo di osservazione di 4 anni.
I soggetti dello studio hanno fornito dati sul dolore muscolo-scheletrico e sull'angoscia psicologica in tre diversi momenti di verifica nel corso dei 4 anni dello studio. I ricercatori hanno interrogato tutti i soggetti riguardo all'esposizione a sei eventi fisicamente traumatici: incidenti stradali, incidenti sul lavoro, interventi chirurgici, fratture, ricovero in ospedale e parto.
Nel corso dei quattro anni dello studio, il 12% dei soggetti ha riportato la comparsa di dolore diffuso cronico.
Tuttavia, quando i ricercatori hanno controllato la presenza di fattori potenzialmente confondenti, solo l'esposizione a incidenti stradali aumentava il rischio di sviluppare dolore diffuso cronico. Gli individui che erano stati coinvolti in un incidente stradale, avevano l'84% di probabilità in più di sviluppare questo problema rispetto a chi non era stato esposto a questo tipo di evento traumatico.
ELIMINARE I TRATTAMENTI INEFFICACI
Roncoroni, Rheumatology, 2011
Annals of Internal Medicine, 2007

Chou, Pain Medicine News, 2008

Negli ultimi due decenni purtroppo ci si è resi conto quanto sia difficile eliminare i trattamenti inefficaci per il mal di schiena e per i problemi vertebrali.
Una volta che un trattamento si è radicato nel mercato clinico - e nella mente di medici e pazienti - è difficile estirparlo.
Gli steroidi orali ne rappresentano un esempio.
Già nel 2007, le Linee Guida dell'American Pain Society ne sconsigliavano l'uso.
In un articolo pubblicato nel 2008, Chou ha commentato la persistenza di questa terapia nella pratica clinica: "Ci sono ancora persone trattate con steroidi orali per il mal di schiena, con o senza sciatalgia, malgrado esistano almeno 5 studi che hanno dimostrato chiaramente che questa terapia non porti benefici."
Una recente revisione sistematica di Roncoroni ha trovato sette studi randomizzati controllati che confrontavano gli steroidi orali al placebo: i pazienti che assumevano steroidi orali non presentavano vantaggi rispetto ai gruppi placebo in termini di risultati clinici. In compenso, si sono verificati eventi avversi nel 13% dei pazienti che assumeva steroidi orali, contro il 6% dei pazienti che assumeva placebo. In termini di rapporto rischio/beneficio, questo trattamento non è consigliabile.