sabato 23 gennaio 2016
La Manovra di Heimlich Tecnica di primo soccorso nell’ostruzione delle vie aeree
A cura di: Mauro Marin – Direttore di Distretto – Pordenone
La procedura di primo soccorso più efficace nel soffocamento da corpi estranei è la manovra di Heimlich (MH), descritta per la prima volta dal medico statunitense Henry Heimlich nel 1975 (1). Se eseguita correttamente, questa manovra salvavita è associata raramente a complicazioni tra cui vanno segnalate le fratture costali, la perforazione gastrica o dell'esofago (2,3). In particolari casi esite un rischio potenziale di lesioni degli organi addominali in associazione con la MH; per esempio nei bambini, negli anziani e nei pazienti con alterato stato di coscienza (4). Nella valutazione di questi pazienti ad alto rischio è necessaria una sorveglianza dopo l’esecuzione della MH per il pronto riconoscimento di eventuali lesioni a organi interni.
L’ostruzione delle vie aeree superiori può essere dovuta a tre cause differenti che richiedono trattamenti diversi: ipotonia linguale da perdita di coscienza, edema della glottide e corpo estraneo.
Il paziente cosciente che sta soffocando spesso si porta le mani al collo stringendolo tra indice e pollice e può presentare: afonia, dispnea, stridore inspiratorio, tosse debole, cianosi e poi infine perdita di coscienza.
Bisogna chiedergli se si sente soffocare e se può parlare. Se riesce a parlare o tossire, l’ostruzione è solo parziale.
La più comune causa di ostruzione completa delle vie aeree superiori nel paziente incosciente supino è la caduta all’indietro della lingua ipotonica nel faringe, come in caso di perdita di coscienza da ictus, arresto cardiaco, trauma cranico, shock elettrico. La perdita di coscienza precede l’arresto respiratorio e l’ostruzione si tratta mediante la manovra di iperestensione del capo e sollevamento del mento oppure mediante sub-lussazione della mandibola in caso di trauma in cui l’iperestensione del capo è controindicata per il rischio di lesioni midollari.
L’ostruzione da edema della glottide può essere causata da allergie, asma bronchiale o infezioni, si manifesta con senso di soffocamento, dispnea seguita da cianosi e perdita di coscienza. Richiede la pronta somministrazione di adrenalina o/e la tracheotomia d’urgenza.
L’ostruzione delle vie aeree da corpo estraneo negli adulti si verifica di solito durante i pasti e si manifesta con un’improvvisa dispnea, seguita da cianosi e perdita di coscienza. Se il paziente può tossire con forza e parlare significa che l’ostruzione è parziale e non si deve intervenire tranne che invitando il paziente a tossire : un forte colpo di tosse è il modo più efficace di rimuovere un corpo estraneo in questi casi.
Se l’ostruzione delle vie aeree è completa il paziente non riesce a parlare, tossire e respirare e va incontro a sincope e arresto cardio-respiratorio.
In questo caso se la vittima è ancora cosciente, bisogna iniziare praticargli 5 percussioni sulla schiena per favorire l’espulsione del corpo estraneo, mantenendo il paziente inclinato in avanti e sostenuto con una mano sul torace posizionando il soccorritore a lato del paziente.
Anche una brusca spinta addominale sottodiaframmatica può forzare l’uscita dell’aria dai polmoni e produrre una tosse capace di espellere il corpo estraneo dalla via aerea, come nella manovra di Heimlich.
Manovra di Heimlich con paziente in piedi o seduto: il soccorritore si pone dietro il paziente e con le braccia gli avvolge la vita schiacciando la propria mano chiusa a pugno col pollice verso l’addome del paziente in regione mesogastrica sulla linea mediana appena sopra l’ombelico del paziente. Con l’altra mano il soccorritore afferra il proprio pugno ed esercita con forza una spinta verso l’alto contro l’addome del paziente. Le spinte vanno ripetute fino a che il corpo estraneo non venga espulso dalle vie aeree del paziente.
Se invece la vittima ha perso coscienza ed è distesa a terra, il soccorritore sospetta un’ostruzione delle vie aeree da corpo estraneo quando le ventilazioni di soccorso ripetutamente non determinano l’attesa espansione del torace del paziente. In questo caso bisogna:
1) di nuovo, iperestendere il capo e sollevare il mento
2) aprire la bocca, ispezionare il cavo orale, rimuovere eventuali corpi estranei visibili e provare di nuovo a ventilare .
3) se il torace non si espande ancora, eseguire la manovra di Heimlich con paziente disteso a terra per rimuovere eventuali corpi estranei nelle vie aeree non visibili nel cavo orale.
Manovra di Heimlich con paziente disteso a terra: con paziente supino, si posiziona il palmo delle mani sovrapposte sopra l’ombelico del paziente e si eseguono veloci spinte addominali verso il diaframma in direzione mediana, con lo scopo di rimuovere l’ostruzione delle vie aeree.
Roma, la magia del cinema diventa terapia al Gemelli
Roma - Chi sta male ed è ricoverato in ospedale può affrontare meglio la sua condizione vivendo momenti di normalità durante la degenza, come andare a cinema con i propri cari. E' quello che accadrà al Policlinico Universitario Gemelli di Roma con la realizzazione della prima vera sala cinematografica in uno dei maggiori ospedali italiani grazie alla collaborazione con MediCinema Italia Onlus. La sala MediCinema al Gemelli, che aprirà a marzo 2016, sarà in grado di accogliere anche pazienti non autosufficienti, a letto o in sedia a rotelle.
È in fase di costruzione tra l’ottavo e il nono piano del grande policlinico universitario romano e potrà accogliere 130 persone tra pazienti, familiari, amici, volontari e personale di assistenza. Da lunedì 4 a domenica 10 gennaio, le reti Rai, all’interno dei programmi tv e Radio, inviteranno il pubblico a sostenere la realizzazione della sala cinematografica donando da fisso e cellulare attraverso il numero 45599 (attivo dal 3 all’11 gennaio).
La 'cinematherapy', ormai da tempo nota e praticata, indica come la visione di film crei sotto il profilo psicologico un effetto pausa per i malati, aiutando a ridurre la percezione del dolore e creando uno stato di benessere riscontrabile a livello neurologico. Le neuroscienze hanno ulteriormente validato questa tesi (neurocinematics) arrivando a misurare gli effetti fisici durante la visione di immagini in movimento e rilevando miglioramenti. MediCinema promuoverà al Gemelli un progetto sperimentale per misurare gli effetti della cinematerapia nel percorso ospedaliero e nell’approccio alla malattia.
mercoledì 29 febbraio 2012
PPI aumentano di un terzo il rischio di fratture dell'anca nella donna in menopausa
Khalili H. et al, Use of proton pump inhibitor and risk of hip fracture in relation to dietary and lifestyle factors: a prospective cohort study, BMJ 2012
Le donne in postmenopausa che assumono regolarmente farmaci inibitori di pompa protonica (IPP) presentano un rischio più elevato di presentare una frattura dell'anca, specialmente se sono state fumatrici. E' quanto emerso da uno studio pubblicato sul BMJ.
In particolare, nelle pazienti in terapia con IPP da almeno due anni il rischio di presentare una frattura dell'anca era superiore del 35% rispetto alle donne che non facevano uso di tali medicinali (HR 1,35 IC 95% 1,12-1,62, P<0,01). Inoltre, il rischio aumentava del 50% se le pazienti erano state fumatrici (HR 1,51 IC 95% 1,20-1,91).
Gli esperti hanno analizzato i dati di 79.899 donne in postmenopausa che avevano partecipato al Nurses' Health Study e che avevano risposto a questionari somministrati ogni due anni riguardanti la salute e lo stile di vita. Complessivamente il follow up era di 565.786 persone/anno.
Dall'analisi è emerso che dal 2000 al 2008 l'uso di IPP era aumentato dal 6,7% al 18,9%. Durante il follow-up si sono verificate 893 nuove fratture dell'anca su 600mila persone/anno.
Il rischio assoluto di presentare una frattura dell'anca per le donne che avevano assunto regolarmente IPP era di 2,02 per 1.000 persone/anno, rispetto a 1,51 per 1.000 persone/anno delle donne che non avevano fatto uso di tali medicinali.
Inoltre, il rischio sembrava essere limitato alle fumatrici o alle donne che erano state fumatrici in passato, in quanto l'HR aggiustato tra le donne che non avevano mai fumato era 1,06 (IC 95% 0,77-1,46, non significativo).
Secondo gli esperti il legame tra fratture e fumo era dovuto agli effetti di quest'ultimo sul calcio. Il fumo e l'uso di IPP possono avere un effetto sinergico sul rischio di frattura in quanto riducono l'assorbimento del calcio.
L'associazione tra aumento del rischio di frattura dell'anca e IPP si è mantenuta anche dopo l'aggiustamento per diversi fattori come l'indice di massa corporea (HR 1,45 IC 95% 1,21-1,73), l'assunzione di calcio (HR 1,35 IC 95% 1,12-1,62) o l'uso di terapie ormonali o con corticosteroidi (HR 1,36, IC 95% 1,13-1,63).
Il rischio di frattura dell'anca aumentava in base alla durata della terapia con IPP: due anni (HR 1,36 IC 95% 1,12-1,65), quattro anni (HR 1,42 IC 95% 1,05-1,93), dai sei agli otto anni (HR 1,55 IC 95% 1,03-2,32).
Comunque, l'aumento del rischio di frattura dell'anca non era più significativo a due anni dall'interruzione della terapia con IPP.
L'aumento del rischio non dipendeva dalle patologie per le quali venivano usati gli IPP (ulcera peptica, bruciore di stomaco o reflusso acido).
Gli esperti non hanno osservato alcuna variazione del rischio in base all'uso di farmaci per la prevenzione delle fratture come terapia ormonale sostitutiva, bifosfonati, corticosteroidi o diuretici tiazidici (HR 1,36 IC 95% 1,13-1,63).
Combinando i risultati con quelli di altri 10 studi l'OR per il rischio di frattura dell'anca era di 1,28 (IC 95% 1,19-1,37).
Punti di forza dello studio includevano l'accurata modalità di raccolta di dati prospettici e la disponibilità di informazioni validate circa la presenza di possibili fattori confondenti, quali il BMI, l'suo di ormoni per la terapia della menopausa, l'abitudine al fumo da sigaretta, l'assunzione di farmaco o integratori a base di calcio e l'attività fisica.
Le limitazioni del trial comprendono il fatto che l'end point (la frattura d'anca) fosse basato sulla auto dichiarazione del paziente, senza altri riscontri, e la mancanza di informazioni circa la tipologia di PPI utilizzata e il relativo dosaggio.
I ricercatori hanno concluso che I loro risultati confermano la decisione dell'Fda che nel maggio del 2010 ha fatto inserire nel foglio illustrativo del farmaco la specifica che gli inibitori della pompa protonica (PPI) possono aumentare il rischio di fratture vertebrali, all'anca e al polso se assunti ad alte dosi o in modo prolungato. La decisione riguarda sia i PPI da prescrizione sia le versioni da banco di alcuni di questi farmaci.
Khalili H. et al, Use of proton pump inhibitor and risk of hip fracture in relation to dietary and lifestyle factors: a prospective cohort study, BMJ 2012
Le donne in postmenopausa che assumono regolarmente farmaci inibitori di pompa protonica (IPP) presentano un rischio più elevato di presentare una frattura dell'anca, specialmente se sono state fumatrici. E' quanto emerso da uno studio pubblicato sul BMJ.
In particolare, nelle pazienti in terapia con IPP da almeno due anni il rischio di presentare una frattura dell'anca era superiore del 35% rispetto alle donne che non facevano uso di tali medicinali (HR 1,35 IC 95% 1,12-1,62, P<0,01). Inoltre, il rischio aumentava del 50% se le pazienti erano state fumatrici (HR 1,51 IC 95% 1,20-1,91).
Gli esperti hanno analizzato i dati di 79.899 donne in postmenopausa che avevano partecipato al Nurses' Health Study e che avevano risposto a questionari somministrati ogni due anni riguardanti la salute e lo stile di vita. Complessivamente il follow up era di 565.786 persone/anno.
Dall'analisi è emerso che dal 2000 al 2008 l'uso di IPP era aumentato dal 6,7% al 18,9%. Durante il follow-up si sono verificate 893 nuove fratture dell'anca su 600mila persone/anno.
Il rischio assoluto di presentare una frattura dell'anca per le donne che avevano assunto regolarmente IPP era di 2,02 per 1.000 persone/anno, rispetto a 1,51 per 1.000 persone/anno delle donne che non avevano fatto uso di tali medicinali.
Inoltre, il rischio sembrava essere limitato alle fumatrici o alle donne che erano state fumatrici in passato, in quanto l'HR aggiustato tra le donne che non avevano mai fumato era 1,06 (IC 95% 0,77-1,46, non significativo).
Secondo gli esperti il legame tra fratture e fumo era dovuto agli effetti di quest'ultimo sul calcio. Il fumo e l'uso di IPP possono avere un effetto sinergico sul rischio di frattura in quanto riducono l'assorbimento del calcio.
L'associazione tra aumento del rischio di frattura dell'anca e IPP si è mantenuta anche dopo l'aggiustamento per diversi fattori come l'indice di massa corporea (HR 1,45 IC 95% 1,21-1,73), l'assunzione di calcio (HR 1,35 IC 95% 1,12-1,62) o l'uso di terapie ormonali o con corticosteroidi (HR 1,36, IC 95% 1,13-1,63).
Il rischio di frattura dell'anca aumentava in base alla durata della terapia con IPP: due anni (HR 1,36 IC 95% 1,12-1,65), quattro anni (HR 1,42 IC 95% 1,05-1,93), dai sei agli otto anni (HR 1,55 IC 95% 1,03-2,32).
Comunque, l'aumento del rischio di frattura dell'anca non era più significativo a due anni dall'interruzione della terapia con IPP.
L'aumento del rischio non dipendeva dalle patologie per le quali venivano usati gli IPP (ulcera peptica, bruciore di stomaco o reflusso acido).
Gli esperti non hanno osservato alcuna variazione del rischio in base all'uso di farmaci per la prevenzione delle fratture come terapia ormonale sostitutiva, bifosfonati, corticosteroidi o diuretici tiazidici (HR 1,36 IC 95% 1,13-1,63).
Combinando i risultati con quelli di altri 10 studi l'OR per il rischio di frattura dell'anca era di 1,28 (IC 95% 1,19-1,37).
Punti di forza dello studio includevano l'accurata modalità di raccolta di dati prospettici e la disponibilità di informazioni validate circa la presenza di possibili fattori confondenti, quali il BMI, l'suo di ormoni per la terapia della menopausa, l'abitudine al fumo da sigaretta, l'assunzione di farmaco o integratori a base di calcio e l'attività fisica.
Le limitazioni del trial comprendono il fatto che l'end point (la frattura d'anca) fosse basato sulla auto dichiarazione del paziente, senza altri riscontri, e la mancanza di informazioni circa la tipologia di PPI utilizzata e il relativo dosaggio.
I ricercatori hanno concluso che I loro risultati confermano la decisione dell'Fda che nel maggio del 2010 ha fatto inserire nel foglio illustrativo del farmaco la specifica che gli inibitori della pompa protonica (PPI) possono aumentare il rischio di fratture vertebrali, all'anca e al polso se assunti ad alte dosi o in modo prolungato. La decisione riguarda sia i PPI da prescrizione sia le versioni da banco di alcuni di questi farmaci.
lunedì 20 febbraio 2012
IL DISCO ARTIFICIALE CERVICALE NON È ANCORA PRONTO PER LA PRIMA SERATA?
Zechmeister, European Spine Journal, 2011
Per i pazienti con cervicalgia e sintomi radicolari, il disco artificiale cervicale è estremamente attraente. Si tratta di una nuova tecnologia molto pubblicizzata. I fautori affermano che il disco artificiale cervicale conserva l'altezza del disco e la normale lordosi, e che si tratta di un'alternativa alle procedure di fusione che permette di mantenere il movimento.
Tuttavia, una revisione sistematica recente di Zechmeister sottolinea che il disco artificiale cervicale non è pronto per la "prima serata", perché le evidenze degli studi clinici pubblicati presentano molti gap.
La revisione sistematica aveva lo scopo di verificare se la sostituzione del disco cervicale fosse più efficace e/o sicura rispetto alla chirurgia di fusione o al trattamento conservativo in presenza di dolore e/o sintomi neurologici.
Zechmeister ha rilevato che non esistono evidenze che la sostituzione del disco sia superiore per alcuna indicazione. Né la sostituzione del disco cervicale, né la chirurgia di fusione si sono dimostrate più efficaci rispetto al trattamento conservativo, e non esistono evidenze che la sostituzione del disco cervicale sia superiore rispetto alle tecniche di fusione. Inoltre, nessuno dei due trattamenti presentava vantaggi in termini di complicazioni o eventi avversi.
Zechmeister, European Spine Journal, 2011
Per i pazienti con cervicalgia e sintomi radicolari, il disco artificiale cervicale è estremamente attraente. Si tratta di una nuova tecnologia molto pubblicizzata. I fautori affermano che il disco artificiale cervicale conserva l'altezza del disco e la normale lordosi, e che si tratta di un'alternativa alle procedure di fusione che permette di mantenere il movimento.
Tuttavia, una revisione sistematica recente di Zechmeister sottolinea che il disco artificiale cervicale non è pronto per la "prima serata", perché le evidenze degli studi clinici pubblicati presentano molti gap.
La revisione sistematica aveva lo scopo di verificare se la sostituzione del disco cervicale fosse più efficace e/o sicura rispetto alla chirurgia di fusione o al trattamento conservativo in presenza di dolore e/o sintomi neurologici.
Zechmeister ha rilevato che non esistono evidenze che la sostituzione del disco sia superiore per alcuna indicazione. Né la sostituzione del disco cervicale, né la chirurgia di fusione si sono dimostrate più efficaci rispetto al trattamento conservativo, e non esistono evidenze che la sostituzione del disco cervicale sia superiore rispetto alle tecniche di fusione. Inoltre, nessuno dei due trattamenti presentava vantaggi in termini di complicazioni o eventi avversi.
mercoledì 14 dicembre 2011
Rottura del crociato anteriore, ricostruzione oltre i 40 anni
Con il diffondersi dell'attività fisica ad alto livello in età più avanzata, è divenuta frequente la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio, tipica lesione dello sportivo. Se questa avviene sopra i 40 anni, è controverso se sia preferibile un atteggiamento conservativo, soprattutto per timore di un maggiore tasso di complicanze (rigidità, artrofibrosi, infezioni, problemi di guarigione della ferita, malattia tromboembolica), o se optare per l'intervento di ricostruzione. Claudio Legnani, dell'Università di Milano, e collaboratori, hanno stilato una guida per il migliore approccio terapeutico sulla base di una revisione sistematica di 17 articoli. Vari report hanno dimostrato eccellenti risultati con la ricostruzione del crociato negli ultra 40enni, in termini di soddisfazione soggettiva, ritorno all'attività precedente, ridotte complicanze. Alcuni autori citano addirittura ottimi esiti in pazienti di 50 anni e oltre. Sebbene vi siano pochi studi di alto livello, i dati riportati in letteratura suggeriscono che la ricostruzione del crociato possa essere eseguita con successo in pazienti meno giovani motivati e appropriatamente selezionati con instabilità sintomatica del ginocchio e che vogliono tornare a partecipare ad attività ricreative o ad attività sportive che richiedono elevate prestazioni. Per massimizzare l'outcome è fondamentale eseguire la Rm, allo scopo di verificare la presenza di eventuali lesioni multiple ed escludere modificazioni artritiche. I fattori in base ai quali decidere sono: occupazione, sesso, livello di attività del soggetto, quantità di tempo speso nello svolgimento di attività di elevato livello, presenza di lesioni associate nel ginocchio; l'età fisiologica e il livello di attività sono più importanti dell'età cronologica. In generale, si può proporre l'intervento a chiunque desideri ristabilire la pregressa attività, indipendentemente dall'età; la ricostruzione della cinematica del ginocchio, inoltre, riduce il rischio di ulteriori danni, come l'insorgenza di artrosi.
J Orthop Traumatol, 2011 Nov 11.
J Orthop Traumatol, 2011 Nov 11.
lunedì 12 dicembre 2011
Telethon, tra pochi giorni riparte la maratona
Riparte la maratona televisiva per Telethon, andrà in onda sulle reti Rai dal 16 al 18 dicembre con l'obiettivo di finanziare la ricerca contro malattie gravi e invalidanti. «Fortunatamente siamo vicini alle prime terapie per le prime malattie che abbiamo fronteggiato all'inizio della nostra avventura - sostiene Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Telethon - Raccogliere altri soldi vuol dire dare carburante per la ricerca. Sono certo che gli italiani, nonostante il periodo di crisi, sapranno sostenerci perché è in questi momenti che i nostri connazionali tirano fuori il loro cuore. Crescita, rigore e solidarietà sono le parole che ci accompagneranno da qui in avanti».
Telethon nacque nel 1990, da allora sono stati fatti molti passi in avanti. «La ricerca prosegue a ritmi sostenuti - afferma Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon - con risultati incoraggianti riconosciuti anche dalla comunità scientifica. Facciamo un grande appello alla donazione, proprio ora che siamo vicini al traguardo di cura per una ventina di malattie».
Una delle ragioni del grande successo di Telethon è la trasparenza con cui vengono selezionati i progetti. Telethon, come le principali agenzie mondiali di finanziamento alla ricerca, adotta il sistema della peer review. I Research Program manager di Telethon eseguono la prima selezione, basandosi su principi di efficienza e terzietà. La valutazione nel merito del progetto spetta esclusivamente alla Commissione medico-scientifica, composta da 29 scienziati di fama internazionale, con ridotta presenza di italiani per limitare possibili conflitti di interessi. La Commissione si avvale anche di revisori esterni e indipendenti. Nell'ultimo anno è stato accolto il 15,9% dei progetti posti.
Telethon nacque nel 1990, da allora sono stati fatti molti passi in avanti. «La ricerca prosegue a ritmi sostenuti - afferma Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon - con risultati incoraggianti riconosciuti anche dalla comunità scientifica. Facciamo un grande appello alla donazione, proprio ora che siamo vicini al traguardo di cura per una ventina di malattie».
Una delle ragioni del grande successo di Telethon è la trasparenza con cui vengono selezionati i progetti. Telethon, come le principali agenzie mondiali di finanziamento alla ricerca, adotta il sistema della peer review. I Research Program manager di Telethon eseguono la prima selezione, basandosi su principi di efficienza e terzietà. La valutazione nel merito del progetto spetta esclusivamente alla Commissione medico-scientifica, composta da 29 scienziati di fama internazionale, con ridotta presenza di italiani per limitare possibili conflitti di interessi. La Commissione si avvale anche di revisori esterni e indipendenti. Nell'ultimo anno è stato accolto il 15,9% dei progetti posti.
venerdì 9 dicembre 2011
Ginnastica per la gravidanza
Durante la gravidanza si verificano alcuni cambiamenti a carico dello scheletro, dei muscoli, delle articolazioni e dei legamenti; tali modificazioni corporee rientrano nella fisiologia della donna gravida, ma possono talvolta essere causa di problematiche anche dolorose.
Per prevenire e contenere i disturbi legati a tali modificazioni, così da poter vivere con benessere i mesi della gravidanza, occorre eseguire una corretta e mirata serie di esercizi, preferibilmente frequentando un corso specifico per ottenere, sotto il diretto controllo dell'insegnante, la corretta impostazione ed esecuzione degli esercizi stessi.
giovedì 8 dicembre 2011
Malattia dell’osso indotta da glucocorticoidi
Revisione scientifica: Dott. Dante Dallari
La terapia corticosteroidea risulta la causa più frequente di osteoporosi secondaria. Tra il 30 ed il 50% dei pazienti che assumono terapia cortisonica cronica vanno incontro a frattura. Tale perdita ossea, che colpisce prevalentemente le ossa spongiose, ha un andamento bifasico con una perdita di massa ossea rapida nel primo anno e che successivamente diventa più lenta. E’ stata riportata osteoporosi secondaria anche utilizzando schemi posologici intermittenti oppure con assunzione per via inalatoria. Il meccanismo patogenetico consiste nella riduzione degli osteociti ed osteoblasti, e nell’aumento della vita media degli osteoclasti. La terapia corticosteroidea cronica indebolisce l’osso anche dal punto di vista qualitativo, oltre che quantitativo, e per tale motivo la densitometria ossea può avere una sensibilità scarsa nel predire il rischio di frattura.
Tutti i pazienti in terapia steroidea devono essere informati riguardo i rischi ed i possibili effetti collaterali conseguenti.
Per la prevenzione dell’osteoporosi tutti i pazienti devono ricevere un adeguato apporto di calcio (1200 mg die) e di vitamina D (da 800 a 2000 U die), ma spesso non sono sufficienti. I bifosfonati sono di solito l’approccio di prima linea. In diversi studi si sono dimostrati efficaci nel ridurre l’incidenza di frattura vertebrali e del collo del femore. Purtroppo è stato anche dimostrato che la loro efficacia è ridotta nei pazienti affetti da osteoporosi indotta dai corticosteroidi, rispetto alla forma primaria a causa di una interazione farmacodinamica. Un altro svantaggio è la bassa aderenza al trattamento da parte dei pazienti nonostante formulazioni settimanali o mensili. Inoltre sono aggravati dal rischio di osteonecrosi del mascellare e con minore incidenza dal rischio di fratture sottotrocanteriche atipiche.
Il teriparatide è un’alternativa all’utilizzo di bifosfonati. In un recente studio condotto su pazienti affetti da osteoporosi secondaria a glucocorticoidi, il teriparatide riduceva il tasso di fratture vertebrali del 90% con un miglioramento di densità ossea superiore ai bifosfonati. La somministrazione quotidiana sottocutanea di teriparatide riduce infatti il tasso di apoptosi a carico di osteoblasti ed osteociti indotta dalla terapia steroidea, e riduce il numero di osteoclasti aumentando la formazione e soprattutto la resistenza ossea. Nonostante sia stato osservato anche con teriparatide una diminuzione dell’effetto terapeutico a causa della terapia steroidea, questo è avvenuto solo in pazienti che assumevano dosi superiori a 15 mg di prednisone o equivalenti al giorno. Gli svantaggi legati all’utilizzo di teriparatide sono i costi più elevati e rari casi di lieve ipercalcemia.
Nonostante negli anni diverse società scientifiche abbiano redatto linee guida per la prevenzione dell’osteoporosi secondaria a terapia steroidea, ulteriori studi sono necessari per determinare il dosaggio minimo di corticosteroidi e la durata minima della terapia che possa garantire la prevenzione di fratture osteoporotiche in questi pazienti.
Bibliografia
Clinical practice - Glucocorticoid-Induced Bone Disease
Weinstein RS. T h e new engl and journal of medicine. 2011;365: 62-70
Clinical practice - Glucocorticoid-Induced Bone Disease
Weinstein RS. T h e new engl and journal of medicine. 2011;365: 62-70
The Italian Stroke Forum, la più importante associazione culturale del nostro Paese sulle problematiche connesse con l’ictus cerebrale è lieta di annunciare che si terrà a Firenze dal 15 al 17 febbraio 2012 il prossimo Congresso Nazionale «STROKE 2012»
In Italia si stima per il 2011 un’incidenza di circa 190.000 nuovi ictus, di cui circa il 20% purtroppo muore nel primo mese successivo all’evento e circa il 30% sopravvive con esiti gravemente invalidanti che possono persistere per tutta la vita, in molti casi con un costo veramente importante tanto per il singolo individuo ed i suoi familiari, quanto per l’intera società.
La diffusione in tal senso, della cultura scientifica e di un' adeguata formazione, sono il veicolo migliore affinché si possano ridurre gli effetti della malattia.
In tal senso Stroke 2012 rappresenta l’appuntamento più importante per tutti coloro che, direttamente o indirettamente coinvolti nella gestione della malattia, sono chiamati a dare il proprio contributo per ridurre la mortalità e l’invalidità correlate all’ictus anche attraverso la prevenzione e la riabilitazione.
Un approccio multidisciplinare e multiprofessionale che vedrà coinvolti circa 600 partecipanti tra medici, infermieri, fisioterapisti, psicologi e logopedisti che si riuniranno per dialogare e confrontarsi attorno ad un programma scientifico di elevatissimo livello.
mercoledì 7 dicembre 2011
The Evidence for Efficacy of Osteoporosis Treatment in Men with Primary Osteoporosis: A Systematic Review and Meta-Analysis of Antiresorptive and Anabolic Treatment in Men
Revisione Scientifica: Dott. Dante Dallari
Le fratture da osteoporosi, soprattutto quelle a carico dei corpi vertebrali e del femore prossimale, sono una delle principali cause di morbidità nella popolazione di molte regioni del mondo.
Il rischio di frattura da fragilità ossea legata all’osteoporosi in un paziente maschio di età maggiore di 50 anni, nell’arco del resto della vita, è di circa il 13%. Benché tale rischio sia inferiore a quello presente nella popolazione femminile, stimato sul 40%, l’aumentare dell’aspettativa di vita sta causando la crescita della spesa sanitaria per il trattamento di questa patologia.
In generale l’osteoporosi nel paziente maschio riconosce delle basi eziologiche leggermente diverse rispetto alla popolazione femminile. È infatti differente la prevalenza e l’entità della carenza di ormoni sessuali oltre all’influsso di fattori ambientali come fumo, alcool e rischio di caduta. A questo si aggiungono anche differenze patofisiologiche e nella struttura ossea.
A seguito di queste differenze determinare l’efficacia dei trattamenti farmacologici, sia anti-riassorbitivi che anabolici, nell’aumento della Bone Mineral Density (BMD) e nella prevenzione delle fratture da fragilità ossea nella popolazione maschile facendo riferimento ai dati disponibile sulla popolazione femminile potrebbe rappresentare una fonte di errore.
In una meta analisi condotta da Schwarz e colleghi[1] è stata valutata la letteratura al momento disponibile sull’argomento. L’obiettivo primario dello studio era di vedere l’impatto dei trattamenti farmacologici sulla riduzione del rischio di fratture, valutando studi controllati che definissero una popolazione maschile ad un follow-up di almeno 12 mesi nei caso di farmaci anti-riassorbitivi (alendronato, risedronato, ibandronato, zoledronato, miacalcic nasale) e di 6 mesi per i farmaci anabolici (teriparatide, preotact).
Pur non riscontrando gli autori un numero sufficiente di studi specifici tale da evidenziare l’effetto del trattamento nella prevenzione delle fratture, è stato possibile analizzare l’impatto sulla BMD. Rispetto al placebo i trattamenti, sia anti-riassorbitivi che anabolici, hanno presentato un effetto sull’aumento della BMD simile a quello nella popolazione femminile, confermando quindi l’indicazione nel trattamento dei maschi affetti da osteoporosi.
Bibliografia[1] Schwarz et al. The Evidence for Efficacy of Osteoporosis Treatment in Men with Primary Osteoporosis: A Systematic Review andMeta-Analysis of Antiresorptive and Anabolic Treatment in Men. Journal of Osteoporosis Vol 2011, Article ID 259818, 9 pages
Frutta, verdura e cereali integrali riducono il rischio di eventi vascolari anche mortali
Ricercatori della Columbia University (NYC, USA) hanno analizzato i numerosi dati del Northern Manhattan Study (NOMAS) per valutare il ruolo di un’alimentazione basata sulla Dieta Mediterranea nella prevenzione degli eventi vascolari e in particolare nell’ictus. Il NOMAS è uno studio epidemiologico condotto dal 1990 al 2000 su una popolazione di 2.568 persone residenti nell’area nord di Manhattan (età media 69 ± 10 anni, 64% donne, 55% ispanici, 21% bianchi, 24% neri). Gli Autori hanno valutato il comportamento alimentare dei soggetti studiati mediante il questionario di food-frequency MeDi score, nel quale un punteggio più elevato su una scala da 0 a 9 corrisponde a una maggiore aderenza alla Dieta Mediterranea (DM). La relazione tra alimentazione e rischio cardio- cerebrovascolare è stata valutata utilizzando il modello di rischio proporzionale di Cox. Su 518 eventi vascolari verificatisi complessivamente in 9 anni di osservazione nella popolazione studiata (314 dei quali mortali), il MeDi score è risultato inversamente proporzionale al rischio composito per ictus ischemico, infarto miocardico o morte da causa vascolare (p-trend = 0,04) con una particolare significatività statistica proprio per gli eventi fatali di origine vascolare (p-trend = 0,02). Questi risultati hanno portato gli Autori a concludere che un’alimentazione ricca di frutta, verdure, cereali integrali, pesce e olio d’oliva costituisce un elemento essenziale per la salute cardiovascolare ed è associata a una significativa diminuzione del rischio di eventi quali IMA o ictus ischemico. Risultati complementari derivati da un altro studio, condotto su 3.000 pazienti ospedalizzati per IMA, dimostrano che chi consuma poca frutta/verdura e tanta carne rossa/alcol ha un rischio di IMA aumentato rispetto a chi segue un modello alimentare mediterraneo.
IL TRATTAMENTO DEL MAL DI SCHIENA DEVE AVERE L'OBIETTIVO DI MIGLIORARE I
RAPPORTI SOCIALI?
Holt-Lunstad, PloS Medicine, 2010
Una recente meta-analisi conferma in modo clamoroso che le relazioni sociali hanno un forte impatto sulla salute dell'uomo. Gli individui che hanno relazioni sociali ricche vivono più a lungo e sono più sani.
Da un certo punto di vista, non è sorprendente. Gli uomini sono animali sociali. Le relazioni sociali sono vitali per procurare cibo e risorse sufficienti per sopravvivere. Aiutano ad affrontare e superare le difficoltà della vita. Favoriscono l'adattamento e risposte neuroendocrine sane. Mediano il dolore.
Tuttavia, la medicina moderna ignora ampiamente la questione. Questo argomento è certamente attinente alla lombalgia e al suo trattamento. Sfortunatamente, il mal di schiena spesso porta a una limitazione dell'attività e a una riduzione delle relazioni sociali.
La disabilità al lavoro potrebbe rappresentare il colpo di grazia.
Holt-Lunstad ha recentemente effettuato una meta-analisi raccogliendo dati da 148 studi per verificare l'influenza delle relazioni sociali sulla longevità. I dati tratti da 308.849 individui, seguiti per una media di 7,5 anni, indicano che gli individui con relazioni sociali adeguate hanno una probabilità di sopravvivere superiore del 50% a quella degli individui con relazioni sociali povere o scarse.
Holt-Lunstad consiglia agli operatori sanitari di considerare seriamente questi dati, aggiungendo ai fattori di rischio quali fumo, dieta ed esercizi anche le relazioni sociali.
Fortunatamente, le raccomandazioni evidence-based per il trattamento della lombalgia incoraggiano un rapido ritorno all'attività e al lavoro. Queste raccomandazioni dovrebbero includere anche la ripresa delle normali relazioni sociali. Holt-Lunstad sostiene che i governi dovrebbero imparare a guardare al di là delle cause "mediche" delle patologie, nello sforzo di promuovere la salute e il benessere.
Holt-Lunstad, PloS Medicine, 2010
Una recente meta-analisi conferma in modo clamoroso che le relazioni sociali hanno un forte impatto sulla salute dell'uomo. Gli individui che hanno relazioni sociali ricche vivono più a lungo e sono più sani.
Da un certo punto di vista, non è sorprendente. Gli uomini sono animali sociali. Le relazioni sociali sono vitali per procurare cibo e risorse sufficienti per sopravvivere. Aiutano ad affrontare e superare le difficoltà della vita. Favoriscono l'adattamento e risposte neuroendocrine sane. Mediano il dolore.
Tuttavia, la medicina moderna ignora ampiamente la questione. Questo argomento è certamente attinente alla lombalgia e al suo trattamento. Sfortunatamente, il mal di schiena spesso porta a una limitazione dell'attività e a una riduzione delle relazioni sociali.
La disabilità al lavoro potrebbe rappresentare il colpo di grazia.
Holt-Lunstad ha recentemente effettuato una meta-analisi raccogliendo dati da 148 studi per verificare l'influenza delle relazioni sociali sulla longevità. I dati tratti da 308.849 individui, seguiti per una media di 7,5 anni, indicano che gli individui con relazioni sociali adeguate hanno una probabilità di sopravvivere superiore del 50% a quella degli individui con relazioni sociali povere o scarse.
Holt-Lunstad consiglia agli operatori sanitari di considerare seriamente questi dati, aggiungendo ai fattori di rischio quali fumo, dieta ed esercizi anche le relazioni sociali.
Fortunatamente, le raccomandazioni evidence-based per il trattamento della lombalgia incoraggiano un rapido ritorno all'attività e al lavoro. Queste raccomandazioni dovrebbero includere anche la ripresa delle normali relazioni sociali. Holt-Lunstad sostiene che i governi dovrebbero imparare a guardare al di là delle cause "mediche" delle patologie, nello sforzo di promuovere la salute e il benessere.
GLI INCIDENTI STRADALI INNESCANO IL DOLORE CRONICO
Jones, Arthritis Care & Research, 2011
Varie evidenze indicano che i traumi fisici possono innescare dolori diffusi cronici e "fibromialgia" con modalità difficili da spiegare.
Jones ha recentemente verificato la relazione di un trauma con l'insorgenza di dolore diffuso cronico in uno studio basato sulla popolazione, osservando 2069 individui che non presentavano questo disturbo all'inizio dello studio e verificando la sua comparsa in un periodo di osservazione di 4 anni.
I soggetti dello studio hanno fornito dati sul dolore muscolo-scheletrico e sull'angoscia psicologica in tre diversi momenti di verifica nel corso dei 4 anni dello studio. I ricercatori hanno interrogato tutti i soggetti riguardo all'esposizione a sei eventi fisicamente traumatici: incidenti stradali, incidenti sul lavoro, interventi chirurgici, fratture, ricovero in ospedale e parto.
Nel corso dei quattro anni dello studio, il 12% dei soggetti ha riportato la comparsa di dolore diffuso cronico.
Tuttavia, quando i ricercatori hanno controllato la presenza di fattori potenzialmente confondenti, solo l'esposizione a incidenti stradali aumentava il rischio di sviluppare dolore diffuso cronico. Gli individui che erano stati coinvolti in un incidente stradale, avevano l'84% di probabilità in più di sviluppare questo problema rispetto a chi non era stato esposto a questo tipo di evento traumatico.
Jones, Arthritis Care & Research, 2011
Varie evidenze indicano che i traumi fisici possono innescare dolori diffusi cronici e "fibromialgia" con modalità difficili da spiegare.
Jones ha recentemente verificato la relazione di un trauma con l'insorgenza di dolore diffuso cronico in uno studio basato sulla popolazione, osservando 2069 individui che non presentavano questo disturbo all'inizio dello studio e verificando la sua comparsa in un periodo di osservazione di 4 anni.
I soggetti dello studio hanno fornito dati sul dolore muscolo-scheletrico e sull'angoscia psicologica in tre diversi momenti di verifica nel corso dei 4 anni dello studio. I ricercatori hanno interrogato tutti i soggetti riguardo all'esposizione a sei eventi fisicamente traumatici: incidenti stradali, incidenti sul lavoro, interventi chirurgici, fratture, ricovero in ospedale e parto.
Nel corso dei quattro anni dello studio, il 12% dei soggetti ha riportato la comparsa di dolore diffuso cronico.
Tuttavia, quando i ricercatori hanno controllato la presenza di fattori potenzialmente confondenti, solo l'esposizione a incidenti stradali aumentava il rischio di sviluppare dolore diffuso cronico. Gli individui che erano stati coinvolti in un incidente stradale, avevano l'84% di probabilità in più di sviluppare questo problema rispetto a chi non era stato esposto a questo tipo di evento traumatico.
ELIMINARE I TRATTAMENTI INEFFICACI
Roncoroni, Rheumatology, 2011
Annals of Internal Medicine, 2007
Chou, Pain Medicine News, 2008
Negli ultimi due decenni purtroppo ci si è resi conto quanto sia difficile eliminare i trattamenti inefficaci per il mal di schiena e per i problemi vertebrali.
Una volta che un trattamento si è radicato nel mercato clinico - e nella mente di medici e pazienti - è difficile estirparlo.
Gli steroidi orali ne rappresentano un esempio.
Già nel 2007, le Linee Guida dell'American Pain Society ne sconsigliavano l'uso.
In un articolo pubblicato nel 2008, Chou ha commentato la persistenza di questa terapia nella pratica clinica: "Ci sono ancora persone trattate con steroidi orali per il mal di schiena, con o senza sciatalgia, malgrado esistano almeno 5 studi che hanno dimostrato chiaramente che questa terapia non porti benefici."
Una recente revisione sistematica di Roncoroni ha trovato sette studi randomizzati controllati che confrontavano gli steroidi orali al placebo: i pazienti che assumevano steroidi orali non presentavano vantaggi rispetto ai gruppi placebo in termini di risultati clinici. In compenso, si sono verificati eventi avversi nel 13% dei pazienti che assumeva steroidi orali, contro il 6% dei pazienti che assumeva placebo. In termini di rapporto rischio/beneficio, questo trattamento non è consigliabile.
Roncoroni, Rheumatology, 2011
Annals of Internal Medicine, 2007
Chou, Pain Medicine News, 2008
Negli ultimi due decenni purtroppo ci si è resi conto quanto sia difficile eliminare i trattamenti inefficaci per il mal di schiena e per i problemi vertebrali.
Una volta che un trattamento si è radicato nel mercato clinico - e nella mente di medici e pazienti - è difficile estirparlo.
Gli steroidi orali ne rappresentano un esempio.
Già nel 2007, le Linee Guida dell'American Pain Society ne sconsigliavano l'uso.
In un articolo pubblicato nel 2008, Chou ha commentato la persistenza di questa terapia nella pratica clinica: "Ci sono ancora persone trattate con steroidi orali per il mal di schiena, con o senza sciatalgia, malgrado esistano almeno 5 studi che hanno dimostrato chiaramente che questa terapia non porti benefici."
Una recente revisione sistematica di Roncoroni ha trovato sette studi randomizzati controllati che confrontavano gli steroidi orali al placebo: i pazienti che assumevano steroidi orali non presentavano vantaggi rispetto ai gruppi placebo in termini di risultati clinici. In compenso, si sono verificati eventi avversi nel 13% dei pazienti che assumeva steroidi orali, contro il 6% dei pazienti che assumeva placebo. In termini di rapporto rischio/beneficio, questo trattamento non è consigliabile.
venerdì 4 settembre 2009
Livelli di vitamina D negli anziani
Sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism sono stati pubblicati due studi che focalizzano l'attenzione sui livelli di Vitamina D nella popolazione di età avanzata.
Nel primo sono stati misurati i livelli plasmatici di 25-OH-vitamina D in 6000 maschi (età compresa tra 65 e 99 anni) residenti in varie regioni degli USA.
La media plasmatica è risultata essere di 25 ng/ml, ma un quarto dei soggetti presentava valori inferiori a 20 ng/ml. Con analisi multivariate si è constatato che i valori più bassi sono associati con l'età più avanzata, con l'obesità, con l'etnia nera o latina, con il prelievo effettuato durante la stagione invernale e con la residenza a latitudini più alte.
L'uso di integratori contenenti vitamina D oppure il ricorso ad attività fisiche esercitate all'aperto sono invece state le due condizioni che si sono associate ai livelli plasmatici più elevati.
Nel secondo studio alcuni ricercatori olandesi hanno esaminato la relazione tra i livelli plasmatici di Vitamina D ed il metabolismo osseo in 1300 adulti anziani (65-88 anni) scelti casualmente.
I livelli medi di 25(OH)D sono stati di 21 ng/ml, con riscontro di valori inferiori a 20 ng/ml nella metà circa dei soggetti. I risultati dell'indagine ha portato a questi dati:
I livelli di PTH sono inversamente proporzionali ai livelli di Vitamina D, senza alcun effetto plateau;
I marker del metabolismo osseo (osteocalcina e desossipiridolina urinaria) sono inversamente proporzionali ai livelli di 25(OH)D fino a valori di 20 ng/ml; sopra tale valore i marker si stabilizzano su un plateau che non si modifica più;
La densità ossea all'anca è risultata direttamente proporzionale ai livelli di 25(OH)D fino al valore di 20 ng/ml; sopra questo valore, la densità ossea si stabilizza in un plateau fisso.
Il commento a questo articolo:
Entrambi gli studi, anche se realizzati in zone geografiche differenti e lontane, portano agli stessi valori fisiologici di Vitamina D negli anziani.
I fattori che provocano una diminuzione di tali livelli, esaminati nello studio USA, sono già fattori noti anche nelle persone di età più giovane.
Dallo studio olandese emerge che i livelli plasmatici di Vitamina D al di sotto dei quali conviene instaurare un apporto supplementare sono rappresentati da 20 ng/ml di 25(OH)D.
Bibliografia:
Orwoll E et al. Vitamin D deficiency in older men. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 2009 Apr; 94:1214
Kuchuk NO et al. Relationships of serum 25-hydroxyvitamin D to bone mineral density and serum parathyroid hormone and markers of bone turnover in older persons. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 2009 Apr; 94:1244
(Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism)
fonte: paginemediche.it
Nel primo sono stati misurati i livelli plasmatici di 25-OH-vitamina D in 6000 maschi (età compresa tra 65 e 99 anni) residenti in varie regioni degli USA.
La media plasmatica è risultata essere di 25 ng/ml, ma un quarto dei soggetti presentava valori inferiori a 20 ng/ml. Con analisi multivariate si è constatato che i valori più bassi sono associati con l'età più avanzata, con l'obesità, con l'etnia nera o latina, con il prelievo effettuato durante la stagione invernale e con la residenza a latitudini più alte.
L'uso di integratori contenenti vitamina D oppure il ricorso ad attività fisiche esercitate all'aperto sono invece state le due condizioni che si sono associate ai livelli plasmatici più elevati.
Nel secondo studio alcuni ricercatori olandesi hanno esaminato la relazione tra i livelli plasmatici di Vitamina D ed il metabolismo osseo in 1300 adulti anziani (65-88 anni) scelti casualmente.
I livelli medi di 25(OH)D sono stati di 21 ng/ml, con riscontro di valori inferiori a 20 ng/ml nella metà circa dei soggetti. I risultati dell'indagine ha portato a questi dati:
I livelli di PTH sono inversamente proporzionali ai livelli di Vitamina D, senza alcun effetto plateau;
I marker del metabolismo osseo (osteocalcina e desossipiridolina urinaria) sono inversamente proporzionali ai livelli di 25(OH)D fino a valori di 20 ng/ml; sopra tale valore i marker si stabilizzano su un plateau che non si modifica più;
La densità ossea all'anca è risultata direttamente proporzionale ai livelli di 25(OH)D fino al valore di 20 ng/ml; sopra questo valore, la densità ossea si stabilizza in un plateau fisso.
Il commento a questo articolo:
Entrambi gli studi, anche se realizzati in zone geografiche differenti e lontane, portano agli stessi valori fisiologici di Vitamina D negli anziani.
I fattori che provocano una diminuzione di tali livelli, esaminati nello studio USA, sono già fattori noti anche nelle persone di età più giovane.
Dallo studio olandese emerge che i livelli plasmatici di Vitamina D al di sotto dei quali conviene instaurare un apporto supplementare sono rappresentati da 20 ng/ml di 25(OH)D.
Bibliografia:
Orwoll E et al. Vitamin D deficiency in older men. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 2009 Apr; 94:1214
Kuchuk NO et al. Relationships of serum 25-hydroxyvitamin D to bone mineral density and serum parathyroid hormone and markers of bone turnover in older persons. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 2009 Apr; 94:1244
(Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism)
fonte: paginemediche.it
mercoledì 2 settembre 2009
OSTEOPOROSI: SCOPERTA PROTEINA CHIAVE
C'è una proteina particolare alla base di una serie di malattie che colpiscono le ossa.
Si chiama regolatore dell'interferone fattore 8 (IRF-8) e a scoprirla sono stati un gruppo di scienziati della Hartrits and Tissue Degeneration Program presso l'Hospital of Special Surgery di New York City guidati da Baohong Zhao.
In un articolo pubblicato sulla rivista Nature Medicine, i ricercatori hanno spiegato di aver scoperto e definito il ruolo di questa particolare proteina nella perdita di calcificazione delle ossa tipica di alcune malattie.
Si tratta delle malattie che negli StatiUniti vengono definite "gum disease", perchè tendono a ridurre a spugna le ossa.
Sono la parodontite, l'osteoporosi e l'artrite reumatoide.
Nello specifico i ricercatori hanno scoperto che bassi livelli di produzione di questa particolare proteina portano alla produzione di alcuni tipi di cellule che poi corrompono la struttura ossea.
"Anche se la nostra scoperta non ci porta ad una immediata prospettiva terapeutica - spiega Zhao - siamo convinti di aver individuato un filone di ricerca nella comprensione di questa malattia molto interessante".
fonte: www.paginemediche.it
Si chiama regolatore dell'interferone fattore 8 (IRF-8) e a scoprirla sono stati un gruppo di scienziati della Hartrits and Tissue Degeneration Program presso l'Hospital of Special Surgery di New York City guidati da Baohong Zhao.
In un articolo pubblicato sulla rivista Nature Medicine, i ricercatori hanno spiegato di aver scoperto e definito il ruolo di questa particolare proteina nella perdita di calcificazione delle ossa tipica di alcune malattie.
Si tratta delle malattie che negli StatiUniti vengono definite "gum disease", perchè tendono a ridurre a spugna le ossa.
Sono la parodontite, l'osteoporosi e l'artrite reumatoide.
Nello specifico i ricercatori hanno scoperto che bassi livelli di produzione di questa particolare proteina portano alla produzione di alcuni tipi di cellule che poi corrompono la struttura ossea.
"Anche se la nostra scoperta non ci porta ad una immediata prospettiva terapeutica - spiega Zhao - siamo convinti di aver individuato un filone di ricerca nella comprensione di questa malattia molto interessante".
fonte: www.paginemediche.it
lunedì 1 giugno 2009
MAL DI SCHIENA E LAVORO
MAL DI SCHIENA E LAVORO: UNO STUDIO SUI LAVORATORI DELLA CAMPAGNA
Thelin, Journal of Rehabilitation Medicine, 2008
Thelin, Journal of Rehabilitation Medicine, 2008
Dal punto di vista del modello tradizionale della lesione, i lavoratori della campagna sono i candidati ideali ai problemi di schiena. Si espongono regolarmente a numerosi fattori di rischio fisici, dal sollevamento e spostamento di carichi pesanti alle vibrazioni dei sedili dei trattori, oltre alle collisioni occasionali con gli zoccoli di cavalli, bestiame, maiali e altri animali della fattoria.Il loro lavoro è a dir poco impegnativo. Si svegliano prima dell'alba e spesso lavorano fino a notte inoltrata. Trascorrono molte ore al sole. Respirano polvere, sostanze chimiche ed esalazioni dei mezzi agricoli.Uno studio prospettico di coorte di lunga durata condotto in Svezia sui lavoratori della campagna ha ottenuto dati interessanti. I messaggi più importanti sono due. Il primo è che un carico di lavoro fisico elevato ha un effetto protettivo: maggiore era il carico di lavoro tra i lavoratori della campagna, minore risultava la prevalenza di mal di schiena. Il secondo è che malgrado la presenza di mal di schiena, i lavoratori della campagna svedesi presentavano livelli decisamente bassi di assenza dal lavoro e di disabilità a lungo termine.
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