Sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism sono stati pubblicati due studi che focalizzano l'attenzione sui livelli di Vitamina D nella popolazione di età avanzata.
Nel primo sono stati misurati i livelli plasmatici di 25-OH-vitamina D in 6000 maschi (età compresa tra 65 e 99 anni) residenti in varie regioni degli USA.
La media plasmatica è risultata essere di 25 ng/ml, ma un quarto dei soggetti presentava valori inferiori a 20 ng/ml. Con analisi multivariate si è constatato che i valori più bassi sono associati con l'età più avanzata, con l'obesità, con l'etnia nera o latina, con il prelievo effettuato durante la stagione invernale e con la residenza a latitudini più alte.
L'uso di integratori contenenti vitamina D oppure il ricorso ad attività fisiche esercitate all'aperto sono invece state le due condizioni che si sono associate ai livelli plasmatici più elevati.
Nel secondo studio alcuni ricercatori olandesi hanno esaminato la relazione tra i livelli plasmatici di Vitamina D ed il metabolismo osseo in 1300 adulti anziani (65-88 anni) scelti casualmente.
I livelli medi di 25(OH)D sono stati di 21 ng/ml, con riscontro di valori inferiori a 20 ng/ml nella metà circa dei soggetti. I risultati dell'indagine ha portato a questi dati:
I livelli di PTH sono inversamente proporzionali ai livelli di Vitamina D, senza alcun effetto plateau;
I marker del metabolismo osseo (osteocalcina e desossipiridolina urinaria) sono inversamente proporzionali ai livelli di 25(OH)D fino a valori di 20 ng/ml; sopra tale valore i marker si stabilizzano su un plateau che non si modifica più;
La densità ossea all'anca è risultata direttamente proporzionale ai livelli di 25(OH)D fino al valore di 20 ng/ml; sopra questo valore, la densità ossea si stabilizza in un plateau fisso.
Il commento a questo articolo:
Entrambi gli studi, anche se realizzati in zone geografiche differenti e lontane, portano agli stessi valori fisiologici di Vitamina D negli anziani.
I fattori che provocano una diminuzione di tali livelli, esaminati nello studio USA, sono già fattori noti anche nelle persone di età più giovane.
Dallo studio olandese emerge che i livelli plasmatici di Vitamina D al di sotto dei quali conviene instaurare un apporto supplementare sono rappresentati da 20 ng/ml di 25(OH)D.
Bibliografia:
Orwoll E et al. Vitamin D deficiency in older men. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 2009 Apr; 94:1214
Kuchuk NO et al. Relationships of serum 25-hydroxyvitamin D to bone mineral density and serum parathyroid hormone and markers of bone turnover in older persons. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 2009 Apr; 94:1244
(Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism)
fonte: paginemediche.it
venerdì 4 settembre 2009
mercoledì 2 settembre 2009
OSTEOPOROSI: SCOPERTA PROTEINA CHIAVE
C'è una proteina particolare alla base di una serie di malattie che colpiscono le ossa.
Si chiama regolatore dell'interferone fattore 8 (IRF-8) e a scoprirla sono stati un gruppo di scienziati della Hartrits and Tissue Degeneration Program presso l'Hospital of Special Surgery di New York City guidati da Baohong Zhao.
In un articolo pubblicato sulla rivista Nature Medicine, i ricercatori hanno spiegato di aver scoperto e definito il ruolo di questa particolare proteina nella perdita di calcificazione delle ossa tipica di alcune malattie.
Si tratta delle malattie che negli StatiUniti vengono definite "gum disease", perchè tendono a ridurre a spugna le ossa.
Sono la parodontite, l'osteoporosi e l'artrite reumatoide.
Nello specifico i ricercatori hanno scoperto che bassi livelli di produzione di questa particolare proteina portano alla produzione di alcuni tipi di cellule che poi corrompono la struttura ossea.
"Anche se la nostra scoperta non ci porta ad una immediata prospettiva terapeutica - spiega Zhao - siamo convinti di aver individuato un filone di ricerca nella comprensione di questa malattia molto interessante".
fonte: www.paginemediche.it
Si chiama regolatore dell'interferone fattore 8 (IRF-8) e a scoprirla sono stati un gruppo di scienziati della Hartrits and Tissue Degeneration Program presso l'Hospital of Special Surgery di New York City guidati da Baohong Zhao.
In un articolo pubblicato sulla rivista Nature Medicine, i ricercatori hanno spiegato di aver scoperto e definito il ruolo di questa particolare proteina nella perdita di calcificazione delle ossa tipica di alcune malattie.
Si tratta delle malattie che negli StatiUniti vengono definite "gum disease", perchè tendono a ridurre a spugna le ossa.
Sono la parodontite, l'osteoporosi e l'artrite reumatoide.
Nello specifico i ricercatori hanno scoperto che bassi livelli di produzione di questa particolare proteina portano alla produzione di alcuni tipi di cellule che poi corrompono la struttura ossea.
"Anche se la nostra scoperta non ci porta ad una immediata prospettiva terapeutica - spiega Zhao - siamo convinti di aver individuato un filone di ricerca nella comprensione di questa malattia molto interessante".
fonte: www.paginemediche.it
lunedì 1 giugno 2009
MAL DI SCHIENA E LAVORO
MAL DI SCHIENA E LAVORO: UNO STUDIO SUI LAVORATORI DELLA CAMPAGNA
Thelin, Journal of Rehabilitation Medicine, 2008
Thelin, Journal of Rehabilitation Medicine, 2008
Dal punto di vista del modello tradizionale della lesione, i lavoratori della campagna sono i candidati ideali ai problemi di schiena. Si espongono regolarmente a numerosi fattori di rischio fisici, dal sollevamento e spostamento di carichi pesanti alle vibrazioni dei sedili dei trattori, oltre alle collisioni occasionali con gli zoccoli di cavalli, bestiame, maiali e altri animali della fattoria.Il loro lavoro è a dir poco impegnativo. Si svegliano prima dell'alba e spesso lavorano fino a notte inoltrata. Trascorrono molte ore al sole. Respirano polvere, sostanze chimiche ed esalazioni dei mezzi agricoli.Uno studio prospettico di coorte di lunga durata condotto in Svezia sui lavoratori della campagna ha ottenuto dati interessanti. I messaggi più importanti sono due. Il primo è che un carico di lavoro fisico elevato ha un effetto protettivo: maggiore era il carico di lavoro tra i lavoratori della campagna, minore risultava la prevalenza di mal di schiena. Il secondo è che malgrado la presenza di mal di schiena, i lavoratori della campagna svedesi presentavano livelli decisamente bassi di assenza dal lavoro e di disabilità a lungo termine.
sabato 6 dicembre 2008
Ergonomia
LAVORARE MEGLIO AL COMPUTER
Da Comunicato Isico n. 4/2008
Da Comunicato Isico n. 4/2008
Un recente studio canadese, pubblicato sulla prestigiosa rivista "Ergonomics", verifica sperimentalmente l'efficacia per chi lavora a terminale di un supporto ergonomico che dà sostegno agli avambracci. E' stata valutata l'attività elettromiografica di muscoli alla base del collo, dorsali, lombari, degli arti superiori e dell'avambraccio; inoltre è stata monitorata la postura del tronco e degli arti superiori con una valutazione tridimensionale. Dopo due settimane di adattamento e utilizzo del supporto, rispetto ad un gruppo di controllo che lavorava in modo tradizionale, è emerso che questo attrezzo era utile nel ridurre la tensione della schiena a livello lombare, e dunque con un potenziale effetto preventivo nei confronti del mal di schiena, ma si è anche rilevato un effetto negativo nei confronti degli arti superiori.Anche questa volta abbiamo un'ulteriore dimostrazione del fatto che, in relazione a possibili miglioramenti dell'assetto posturale nelle posizioni lavorative, non esiste una soluzione ergonomica che possa risolvere tutti i potenziali problemi connessi. La posizione seduta non è così naturale come può sembrarci. Infatti, il nostro corpo è fatto e progettato per muoversi. Nella nostra storia ancestrale il corpo serviva per la caccia: il corpo vive di movimento, mentre la posizione seduta serviva solo per un riposo momentaneo, non veniva mantenuta per ore ed ore come accade oggi. Da seduti tendiamo naturalmente a perdere la posizione naturale della nostra schiena, che è quella inarcata in avanti a livello lombare. Questo succede perché cambia la posizione del bacino, dal momento che le gambe si flettono, e la colonna viene spinta indietro. L'altro problema è poi la posizione mantenuta a lungo: se restiamo fermi tendiamo letteralmente a soffocare i muscoli ed il disco interverte! brale, perché il sangue, che porta ossigeno e nutrimento e porta via le scorie, non scorre come dovrebbe (infatti è il movimento che ne facilita lo scorrimento) e muscoli e disco intervertebrale soffrono. Il movimento quindi è essenziale: anche la posizione più corretta fa venire il mal di schiena se mantenuta a lungo. Quindi, meglio ancora di ausili ergonomici più o meno fantasiosi, la" pausa caffè" resta un'usanza utile per la schiena, oltre che per la testa, che incrementa la produttività perché fa stare meglio. In realtà, ci si dovrebbe muovere ogni mezz'ora circa, sfruttando ogni occasione come lo squillo di un telefono o l'arrivo di un collega o semplicemente alzarsi e fare il giro della scrivania!
venerdì 21 novembre 2008
Osteonecrosi della mandibola
Osteonecrosi dalla mandibola indotta da bisfosfonati
L'osteonecrosi della mandibola è una possibile complicanza della terapia cronica con bisfosfonati. Il riconoscimento di questa problematica ha scatenato un allarmismo generalizzato sia tra i medici che tra i pazienti sul trattamento con questi farmaci.
L'uso dei bisfosfonati è stato recentemente associato con l'osteonecrosi della mandibola. L'incidenza maggiore è stata registrata con zoledronato e pamidronato utilizzati per via endovenosa. Con il termine osteonecrosi si intende la morte di una porzione di osso che determina una riduzione della densità ossea. Anche se nella maggior parte dei casi questa complicanza si è verificata con i bisfosfonati per via endovenosa, pure i bisfosfonati orali sono stati implicati. Tra i fattori di rischio emersi dai casi studiati viene segnalata l'estrazione dentaria o traumi a carico della mandibola con esposizione di parti di tessuto osseo.
E' difficile poter determinare l'esatta incidenza dell'osteonecrosi della mandibola nella popolazione generale dei pazienti trattati con bisfosfonati; tuttavia se consideriamo i pazienti neoplastici l'incidenza è circa del 6-7%.
Nei pazienti oncologici viene raccomandata la sospensione della la terapia endovenosa con bisfosfonati prima di eseguire trattamenti odontoiatrici. La sospensione dei bisfosfonati orali non è al momento accettata da tutti dal momento che non è ancora sicuro che tale procedura sia efficace nel ridurre il rischio della osteonecrosi della mandibola.
La terapia di questa condizione patologica non è ancora ben stabilita e quindi tutti gli sforzi devono essere orientati verso la prevenzione che consiste in una buona igiene orale e un monitoraggio periodico dall'odontoiatra. Le evidenze attuali prevedono come trattamento interventi chirurgici di pulizia associati a uso di antibiotici locali e sistemici.
E' difficile poter determinare l'esatta incidenza dell'osteonecrosi della mandibola nella popolazione generale dei pazienti trattati con bisfosfonati; tuttavia se consideriamo i pazienti neoplastici l'incidenza è circa del 6-7%.
Nei pazienti oncologici viene raccomandata la sospensione della la terapia endovenosa con bisfosfonati prima di eseguire trattamenti odontoiatrici. La sospensione dei bisfosfonati orali non è al momento accettata da tutti dal momento che non è ancora sicuro che tale procedura sia efficace nel ridurre il rischio della osteonecrosi della mandibola.
La terapia di questa condizione patologica non è ancora ben stabilita e quindi tutti gli sforzi devono essere orientati verso la prevenzione che consiste in una buona igiene orale e un monitoraggio periodico dall'odontoiatra. Le evidenze attuali prevedono come trattamento interventi chirurgici di pulizia associati a uso di antibiotici locali e sistemici.
L'osteonecrosi della mandibola è una possibile complicanza della terapia cronica con bisfosfonati. Il riconoscimento di questa problematica ha scatenato un allarmismo generalizzato sia tra i medici che tra i pazienti sul trattamento con questi farmaci.
E' importante fare a tale proposito alcune considerazioni. Il problema è emerso con i bisfosfonati per via endovenosa (in particolare zoledronato e pamidronato) e in pazienti oncologici. Sono state poi pubblicate rare segnalazioni di osteonecrosi della mandibola in corso di terapia con bisfosfonati orali per l'osteoporosi.
Tuttavia non è ancora chiarito se l'incidenza di questo evento nei pazienti osteoporotici trattati con bisfosfonati sia differente da quella della popolazione generale. Il dosaggio di bisfosfonati utilizzato per la prevenzione e il trattamento delle metastasi ossee è da 8 a 10 volte superiore a quello utilizzato nella comune pratica clinica nell'osteoporosi. Il dosaggio del farmaco e la durata del trattamento (l'osteonecrosi è sempre comparsa dopo trattamenti prolungati) potrebbero essere alcuni dei fattori favorenti. I pazienti oncologici presentano inoltre, a causa dei trattamenti chemioterapici e radioterapici concomitanti e dell'immunosoppressione, alterazioni della mucosa buccale e della flora batterica residente. Appare sempre più evidente come l'infezione (è stato pubblicato recentemente uno studio in cui viene sottolineato il ruolo degli actinomiceti) possa giocare un ruolo fondamentale della patogenesi dell'osteonecrosi della mandibola. Emerge inoltre chiaramente come un trauma locale (estrazione dentaria, manovra odontoiatrica, traumi…) sia il fattore scatenante.
Sulla base delle evidenze attualmente disponibili per la prevenzione dell'osteonecrosi della mandibola vengono attualmente raccomandati il mantenimento di una corretta igiene orale e la sospensione del trattamento con bisfosfonati per via endovenosa nei pazienti oncologici in previsione di estrazioni dentarie o manovre odontoiatriche maggiori. Nei pazienti osteoporotici in trattamento con bisfosfonati ai dosaggi terapeutici per questa malattia non viene raccomandata al momento alcuna precauzione particolare.
Tuttavia non è ancora chiarito se l'incidenza di questo evento nei pazienti osteoporotici trattati con bisfosfonati sia differente da quella della popolazione generale. Il dosaggio di bisfosfonati utilizzato per la prevenzione e il trattamento delle metastasi ossee è da 8 a 10 volte superiore a quello utilizzato nella comune pratica clinica nell'osteoporosi. Il dosaggio del farmaco e la durata del trattamento (l'osteonecrosi è sempre comparsa dopo trattamenti prolungati) potrebbero essere alcuni dei fattori favorenti. I pazienti oncologici presentano inoltre, a causa dei trattamenti chemioterapici e radioterapici concomitanti e dell'immunosoppressione, alterazioni della mucosa buccale e della flora batterica residente. Appare sempre più evidente come l'infezione (è stato pubblicato recentemente uno studio in cui viene sottolineato il ruolo degli actinomiceti) possa giocare un ruolo fondamentale della patogenesi dell'osteonecrosi della mandibola. Emerge inoltre chiaramente come un trauma locale (estrazione dentaria, manovra odontoiatrica, traumi…) sia il fattore scatenante.
Sulla base delle evidenze attualmente disponibili per la prevenzione dell'osteonecrosi della mandibola vengono attualmente raccomandati il mantenimento di una corretta igiene orale e la sospensione del trattamento con bisfosfonati per via endovenosa nei pazienti oncologici in previsione di estrazioni dentarie o manovre odontoiatriche maggiori. Nei pazienti osteoporotici in trattamento con bisfosfonati ai dosaggi terapeutici per questa malattia non viene raccomandata al momento alcuna precauzione particolare.
giovedì 20 novembre 2008
Trapianto di trachea
Tecnica trachea anche per altri organi
"Si comincia finalmente a vedere l'applicazione clinica della medicina rigenerativa. Il trapianto di trachea effettuato con successo in Spagna apre nuovi scenari e fa pensare che l'innovativa tecnica utilizzata possa essere estesa anche a strutture analoghe alla trachea: ad esempio la vescica e l'esofago". Parola del direttore del Centro nazionale trapianti, Alessandro Nanni Costa, che commenta così il primo trapianto di trachea al mondo, senza l'uso di farmaci antirigetto. "La vera novità di questo eccezionale intervento - spiega Nanni Costa all'ADNKRONOS SALUTE - è rappresentata proprio dall'uso di un tessuto ingegnerizzato, che consente di evitare i farmaci immunorepressivi e permette la piena compatibilità dell'organismo ricevente. Almeno in una fase iniziale. L'obiettivo ora - conclude Nanni Costa - è estendere questo tipo di intervento anche per altri trapianti: su tutti la vescica e l'esofago. Organi analoghi alla trachea".
Trapianto di trachea
Trapiantata la prima trachea
Eccezionale trapianto di trachea in Spagna, eseguito da una equipe guidata da un medico italiano. Il primo intervento del genere al mondo, e soprattutto il primo senza l'uso di farmaci antirigetto. L'organo è stato impiantato su una giovane donna di 30 anni, che aveva subito il danneggiamento della trachea a causa di una tubercolosi.
L'intervento è stato realizzato nel giugno scorso da Paolo Macchiarini, responsabile del Servizio di Chirurgia toracica della Clinic de Barcelona, in collaborazione con specialisti del Politecnico di Milano, delle università di Bristol e di Padova. Ne dà notizia la rivista scientifica 'The Lancet'. "La giovane - spiega Macchiarini all'ADNKRONOS SALUTE - aveva sviluppato un collasso della parte terminale della trachea. Purtroppo, il trattamento con le terapie convenzionali (farmaci e stent) non dava i suoi frutti". L'unica soluzione era l'asportazione del polmone sinistro. Ma "a quel punto - racconta l'esperto - abbiamo pensato di proporre alla paziente il trapianto della trachea. Il primo di organo completo e, soprattutto, il primo senza l'uso di farmaci immunosoppressori". Per far sì che il sistema immunitario del ricevente accettasse la trachea senza l'impiego di terapie antirigetto, gli specialisti hanno fatto ricorso a una tecnica di ingegneria tissutale. Il risultato è stato una sorta di organo 'ibrido' tra donatore e paziente.
"La tecnica - riferisce Sara Mantero, del Dipartimento di bioingegneria del Politecnico di Milano, che ha fatto parte del team di Macchiarini - consiste nel prendere un tratto di trachea del donatore cadavere e decellularizzarlo. Contemporaneamente vengono prelevate, e fatte crescere, le cellule staminali ed epiteliali della ragazza. Poi - spiega la Mantero - attraverso un bioreattore rotante, una sorta di camera di plastica che permette di manipolare la trachea del donatore, abbiamo inseminato sulla trachea del cadavere le cellule della paziente, generando così un tratto di trachea totalmente immunocompatibile". L'obiettivo, ora, è utilizzare questa innovativa tecnica anche per il trapianto di altri organi. "Assolutamente sì", conferma Macchiarini. "Il traguardo è quello di utilizzare questa tecnica 'no rigetto' anche per altri tipi di trapianto. Ad esempio per quello della laringe o del colon". Malgrado la soddisfazione per l'intervento perfettamente riuscito, Macchiarini non nasconde un sottile dispiacere. Quello di essere stato costretto a emigrare per mettere in pratica i suoi studi. Il professore, ora cinquantenne, dal 1991 lavora in Spagna. E' uno dei tanti cervelli italiani in fuga. "Purtroppo - commenta con un pizzico di amarezza - in Italia non c'è nessuna possibilità di mettere a frutto le proprie conoscenze scientifiche. Basta guardare tutte le polemiche che si stanno ultimamente sollevando intorno alle università italiane", conclude.
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